Tutte le strade che ho percorso fino ai 26 anni, hanno portato a Londra.
La città degli eccessi eppure dell’ordine maniacale, la città in cui cambiare forma è così facile da terrorizzare, in cui si diventa grandi talmente in fretta da restare in fondo sempre bambini. È lì che ho sentito che era ora di trasformarsi in una scrittrice per ragazzi.

Era il 2002 e con una laurea in tasca cercavo di fare il grafico mentre guadagnavo come commessa in un megastore di abbigliamento.
Leggevo Harry Potter in inglese e avevo ricominciato a scribacchiare in un quaderno che portavo sempre con me.
Con la pioggia nei capelli e la musica house nelle orecchie e nelle gambe, ho percorso quelle strade affollate per chilometri e chilometri, in cerca di un’identità e di un futuro che sembrava sempre più nebbioso.

Un giorno entrai alla National Portrait Gallery per vedere la mostra “From Beatrix Potter to Harry Potter” sugli scrittori anglosassoni per ragazzi.
Al centro della sala, in una teca di cristallo, erano esposti alcuni oggetti della Rowling, tra cui il blocco per gli appunti che aveva usato quando lavorava alla Pietra Filosofale. Quella grafia frettolosa, quelle note sui nomi possibili per il personaggio cattivo, per i personaggi secondari, per i luoghi, mi hanno illuminata da dentro.
Decisi in quel momento di tornare in Italia, l’unico luogo in cui avrei potuto diventare una scrittrice per ragazzi.